La calma ‘sabbatica’

Spesso la calma viene confusa con la debolezza. Non mi spiego perché, ma ci trovo un nesso con l’esperienza sabbatica.

Quando stacchiamo per un pò dalla routine di tutti igiorni, dopoun pò iniziamo a sentire ciò che ci accade in modo diveso. E’ come se vedessimo le stesse cose, ma le sentissimo altro da noi. Le cose accadono, ma ci assorbono di meno e non ci portano ‘via da noi’. Questo stato ‘sabbatico’  è più semplice da raggiungere quando siamo in viaggio, meglio se da soli, e dopo un pò di tempo. Ma non è legato al viaggio o al tempo in sè.

E’ uno stato mentale che ci fa sentire al centro di noi stessi e in ‘non controllo di ciò che ci accade e, quindi, meno stressati. E’ riproducibile ed è qui alla portata di chiunque in ogni momento. Essere calmi non significa per me mantenersi calmi e forzarsi di esserelo. Avrebbe l’effetto opposto.

Come arrivarci allora? Se tutto quello che abbiamo detto suona un pò ‘zen’ e teorico, i passi per andare in quella direzione sono invece molto reali. Cominciamo ad essere veri, genuini e a dire quel che pensiamo. Respiriamo con calma e osserviamo come da lontano le cose che ci accadono. E qualcosa inizierà, pian piano, a succedere.

Niente di ecclatante, ma di molto forte e con molta calma.

Anche i supermanagers si prendono l’anno sabbatico?

Oggi sono pigro, vi trascrivo la risposta che ho dato ad un professionista di circa 35 anni che sta pensando all’anno sabbatico, ma che si pone giustamente i dubbi sul futuro: “e poi cosa succederà della mia carriera”? Nella pigrizia, approfitto dell’uscita di un articolo di Panorama sul tema.

“Capisco bene la sensazione. L’ho provata io e l’hanno provata tutte le persone che sono passate per le decisione di partire.
E’ difficile capire come questa esperienza possa influire (in bene o in male) con la futura carriera. Credo sia una scelta da fare a prescindere. Intendo che, una volta che ci si vuole concedereil proprio tempo e decidere in primapersona che direzione dare all alla propria vita diventa solouna questione di credere nlle proprie sensazioni edin se stessi. Normalmente un periodo sabbatico apre porte dove prima non le vedevamo neppure, ma non è una promessa. E’ un mettersi in gioco.
Proprio oggi è uscito su Panorama un articolo sull’anno sabbatico con qualche esempio di supermenager illustre (da non prendere da esempio, ma almeno se ne parla anche in ambienti ‘istituzionali’).

Buon viaggio!
Riccardo

Tutte scuse!?

Quando parliamo della possibilità di concederci un anno sabbatico ci raccontiamo tante scuse .. e io non me ne tiro mica fuori! Me ne sono raccontate tante quando stavo per decidere di partire: “e poi con i soldi come faccio?”, “e se poi non trovo un lavoro?”. Insomma, le conosciamo, sono più o meno sempre le stesse. Ed è normale che ci vengano in mente di fronte ad una decisione importante che comporta dei cambiamenti nella nostra vita. Credo sia una reazione naturale, ed umana, quella di avere un pò di resistenza al cambiamento.

Il problema nasce quando, anziché trovare possibili ostacoli verso la realizzazione di un progetto, ci raccontiamo, appunto, delle scuse. Qual’è la differenza? Un ostacolo è qualcosa che si frappone tra lo stato delle cose, come sono ora, e come le si vorrebbero. Ed  qualcosa che c’è, ma guardandol il problema ‘negli occhi’ lo si può affrontare, analizzare e, spesso, superare. Una scusa, invece, ‘butta fuori di noi’ il problema. Ci diciamo in questo modo che la decisione non dipende da noi, ma da qualcosa di  esterno alle nostre possibilità e, quindi, non controllabile. In questo modo non proviamo neppure a cercare di capire se un ostacolo è superabile o no.

Se, dopo aver affrontato un problema, arrivassimo anche a dirci: “ok, ho deciso che questo per me è troppo e ho deciso di non partire”, questo sarebbe comunque un risultato. Almeno avremmo preso una decisione e avremmo dato una direzione consapevole alla nostra vita.

Diverso è quando ci diciamo, continuamente (perchè poi le scuse ritornano), “non dipende da me, lui ce l’ha fatta perché è ricco” , “io non posso perché non ho la sua fortuna”..

Il fatto di ‘buttare fuori il problema’ ci lega ad uno stato di frustrazione che ritorna perché non abbiamo affrontato il problema, non abbiamo deciso e quindi non abbiamo dato noi una direzione alle cose.

Proviamo a fare il primo passo ed a osservare in modo molto pratico i problemi che ci vengono in mente, e saremo già a metà del nostro viaggio.

La “rana bollita”

Conoscete l’aneddoto della rana bollita? E’ un po’ truce e non so quanto corrisponda a verità, ma rende bene l’idea ..
La storia è questa: se si butta una rana dentro un pentolone di acqua bollente salterà fuori perché si accorgerà immediatamente che l’acqua scotta. Se, invece, mettiamo una rana dentro dell’acqua tiepida e piano piano scaldiamo l’acqua, la poverina non si accorgerà che sta facendo una brutta fine ..
Non è forse quella sensazione che proviamo quando ci troviamo in una situazione comoda, nella quale è difficile individuare qualcosa che veramente non vada, eppure ci sentiamo insoddisfatti e abbiamo la sensazione che ci sia qualcos’altro che vorremmo fare?
Chiamiamola anche “zona di comfort”. Siamo tranquilli, non ci manca nulla, ma .. il nostro ‘daimon’ scalpita.
Quando decidiamo di lasciare questa zona di comfort entriamo in un territorio inesplorato e ci troviamo persi. Senza un qualcosa da dover fare e senza le abitudini che ci vengono incontro e che ci rassicurano.
Ma è qui che comincia il bello, è come risvegliarci e rimetterci alla prova per continuare ad imparare, migliorare e conoscerci meglio. E’ quell’ “aria fresca sulla faccia” che ci fa rabbrividire, ma che ci fa sentire vivi, quando lasciamo il nostro comodo divano ed usciamo all’aperto per una bella corsa. Oppure è quando “molliamo tutto e partiamo”.
I primi giorni sono i più difficili perché dobbiamo trovare la nostra strada in una nuova direzione, dove tutto è nuovo. Se lasciamo che questo momento passi, cercando solamente di abituarci a respirare quest’aria nuova, ritroveremo presto, dentro di noi, l’orientamento e, da lì in poi, sarà una sensazione che non vorremo lasciare mai.
Buon viaggio!

Adesso basta e l’effetto ‘gregge’

Si parla molto di mollare tutto e di dire ‘adesso basta’.  Ma è proprio necessario? E’ davvero l’unico modo, l’unica alternativa per vivere una vita piena e felice? Mi viene un dubbio: non è che si è tirato troppo la corda e che non si sono seguiti i propri sogni nel momento in cui hanno bussato alla porta per cui la reazione è quella de-fi-ni-ti-va del ‘non ce la faccio più’ e del ‘non si puo’ vivere così’? Questa è una reazione drastica, fa sembrare che non ci sia possibilità di ritorno. Che si debba decidere: o da una parte o dall’altra.

Non sarebbe più semplice, più in linea con l’idea che il meccanismo ‘produco, consumo’ non possa funzionare, il seguire la propria testa, le proprie idee al momento opportuno, senza trascorrere anni ‘estremi’ di carriera forsennata ed annientamento di sé, per poi rinnegare tutto, dare uno stop forzato a quello che si era e passare dall’altra parte, ovvero: ‘la carriera è ‘brutta e cattiva’, abbasso il consumismo’! Fatico a trovare del buono in queste posizioni estreme, mi sembrano manifestazioni identiche di uno stesso senso di inadeguatezza e di smarrimento.

Preferisco pensare che la vita sia un viaggio da godersi fino in fondo, senza seguire clichè imposti da altri, senza dover per forza sentirsi ‘allineati’ (da una parte o dall’altra), senza il continuo richiamo del ‘gregge’ che ci chiede una giustificazione delle nostre azioni.

Credo che la sicurezza nelle nostre idee e nei nostri sogni e la forza di seguirli ci possa permettere di vivere al meglio ogni momento, l’adesso e l’ora, e di poter scegliere la nostra strada di volta in volta in modo consapevole e più felice.

Una vita così ‘sentita’ ed autonoma dalle imposizioni di altri non ci porterà a dire ‘non ce la faccio più’, e non ci farà trovare più in là negli anni in profonda crisi a rimettere in gioco tutto. Piuttosto ci aiuterà a fare tante cose e diverse ed a vivere il Viaggio come qualcosa di mutevole, sempre nuovo e mai definitivo.

Questa voglia di scappare ..

Mollo tutto, me ne vado. Scappo e ricomincio da capo. Adesso basta!

Chi se ne tira fuori? Lo abbiamo pensato tutti, talvolta lo desideriamo, ma non facciamo veramente nulla per capire perché ci succede. E neppure cerchiamo di capire cosa vorremmo fare di diverso. Cosa si intende per ‘ricomincio da capo’? Forse che non siamo soddisfatti di quello che abbiamo e della vita che facciamo oppure, più ‘semplicemente’, che vorremmo vederci e farci vedere con nuovi occhi? Forse basterebbe allora concedere ogni giorno qualcosa ai nostri desideri, alla nostra libertà senza imporre dei limiti inutili a quello che possiamo fare. La magia sarebbe fatta senza il bisogno di pensare di dover trasferirci da un’altra parte dove nessuno ci conosce? Credo che l’insofferenza sia dovuta non tanto al fatto che gli altri intorno a noi ci conoscano e che ci impongano un’immagine ‘pre configurata’, quanto ai limiti che ci siamo costruiti ad allo schema di comportamento che ci siamo auto-imposti. E questa cosa, dovunque ce ne andassimo, ce lo porteremmo dietro. Proviamo allora a smontare, anche solo per qualche minuto al giorno, questo schema e anche a concederci più spesso qualcosa di ‘stupito’.

Forse basterebbe a farci sentire meglio. E allora potremmo iniziare a viaggiare veramente .. e serenamente.

Buon viaggio!

Generazione di Eroi

Siamo noi, quella generazione che ora viene chiamata X. Quella dei nati negli anni settanta e che hanno vissuto in pieno gli anni 80. Siamo cresciuti con Goldrake, Daitarn3 e Mazinga, abbiamo sognato di diventare eroi ed aiutare i deboli. Siamo stati educati a sacrificarci, studiare e lavorare, perché così si fa ed è così che ci dicevano gli ‘eroi’ con i quali siamo cresciuti. Così ci siamo sacrificati, abbiamo studiato, lavorato abbandonando nel cassetto i nostri sogni e le nostre ambizioni. Abbiamo pensato che,  in fondo, era giusto così e saremmo, in qualche modo, stati ricambiati.

E poi accade quel che sta accadendo ..

e ci viene il dubbio che, non solo i nostri ‘sacrifici’ non verranno ricambiati, ma che ciò che abbiamo fatto non sia servito a nulla.

E allora che fare? Forse è il momento di prendere il buono di tutto ciò che abbiamo fatto ed ottenuto (nel lavoro e non), cominciare ad aprire quel cassetto e mettere la stessa determinazione che abbiamo sempre avuto, ma questa volta per inseguire i NOSTRI sogni.

Rischioso? Ci fa paura? .. ma è veramente più rischioso di quello che sta già accadendo?

Buon viaggio!

La paura della paura

Perché leggiamo certi blog e certi libri, perché guardiamo certi programmi televisivi? Credo che lo si faccia per ricevere motivazione ed inspirazione a fare qualcosa di nuovo e di diverso dal solito. Qualcosa che ci faccia sentire meglio.

Perché viaggiamo, leggiamo di viaggi e sogniamo quando vediamo le fotografie di certi posti lontani? E, soprattutto, cosa ci blocca dal non fare quello che abbiamo in mente? Come può essere un viaggio o l’intraprendere una nuova avventura, lasciare un lavoro che non sopportiamo.

Ho sempre creduto che fosse la paura a bloccarci. La paura della libertà e delle relative responsabilità di cui godremmo se ci liberassimo di questi vincoli invisibili.

Ma la paura arriva quando stiamo per fare qualcosa, o quando almeno ci stiamo pensando. Quando mi guardo intorno vedo invece molte persone che non stanno neppure pensando di fare qualcosa. Semmai vorrebbero agire, ma con una sequenza di “se” e “ma” e di scuse che le tiene ben lontane dal fare qualcosa.

E allora cos’è questo ‘blocco’ che tiene così tante persone in questo limbo dove si inseguono sogni e scuse in un ragionamento mentale senza fine?

Che sia la paura di avere paura? Come se aspettassimo qualcuno che ci dia il permesso di fare di testa nostra e che giustifichi i nostri desideri.

Ma come per tante cose, può dare più soddisfazione chiedere scusa che permesso e un po’ di paura non può che farci bene.

 

Emigrare o no?

Chi non lo ha mai pensato, magari nei momenti più difficili? .. ora basta, me ne vado!

Ed in un periodo come quello che stiamo vivendo, con meno sicurezze e la necessità di doversi un po’ “re-inventare”, è normale che questa voglia di fuga aumenti. Ed i numeri di chi lo fa davvero, con il desiderio che sia per sempre, è in crescita.

L’invito è quello di riflettere se quello di cui abbiamo bisogno è veramente una fuga oppure solamente una pausa nella quale recuperare la chiarezza di cosa si vuole, ricaricare le pile e ripartire con energia .. senza arrivare all’ultima spiaggia, l’adesso basta!

Vi segnalo un articolo che ne parla confrontando alcune idee e posizioni diverse: http://www.jobmeeting.it/magazine/giovani-e-lavoro/emigrare-humanum-est-0906680

Buon viaggio!

Generazione Y e Anno Sabbatico

La generazione Y è quella dei nati dal ‘76 al ’90 circa e si è detto molto di loro. Io sono un ‘vecchio’ generazione X, quella che inizia ad entrare nei 40 anni e che ha già visto un po’ di cambiamenti.

Ho partecipato ad un incontro nel quale si parlava dei bisogni della generazione Y. Pare che i nati in questi anni siano interessati ad un rapporto più equilibrato tra la vita ed il lavoro. Ancora meglio, si parte dalle scelte di vita per poi decidere di conseguenza su quelle di tipo lavorativo. Il desiderio di concedersi un anno sabbatico già nei primi anni di lavoro, che pare essere una richiesta molto frequente, è facilmente spiegabile.

La generazione Y non guarda più il lavoro nel suo aspetto di immagine e di forma, ma ne guarda la sostanza. Il lavoro è una parte importante della loro vita, ma non si è disposti a sacrifici INUTILI quando ci sono possibilità che mettono insieme ‘capre e cavoli’. Concedersi un anno sabbatico diventa così un modo per unire vita e lavoro, quando, attraverso gli strumenti che utilizziamo abitualmente (blackberry e connettività varie) conta sempre meno il ‘dove’ siamo, il ‘quanto’ stiamo ed il ‘come’ vestiamo.

Credo che il desiderio che emerge, non sentendoci più costretti dallo spazio e dal tempo, sia quello di vivere una ‘vita sabbatica’, nella quale tutti gli interessi, lavoro compreso, possano naturalmente farne parte.