Alla faccia del lavoro :-)

Una settimana fa sono stato invitato a parlare dell’ anno sabbatico al Festival del lavoro di Brescia.
Buon segno! In un ambiente così istituzionale (erano presenti in una sala non molto distante Alfano, Formigoni, Bonanni, ecc) significa  che ci si sta rendendo conto che le cose stanno cambiando. Il titolo dell’incontro era: “il lavoro in un mondo che cambia”. Abbiamo parlato di come gli ‘stereotipi’ più classici legati al lavoro debbano essere completamente rivisti: non esiste più il lavoro per la vita, forse non esisterà più la pensione, un lavoratroe a tempo indeterminato è precario quanto un lavoratore a tempo. Ma non è tutto solo un male. Tutta questo senso di insicurezza ci costringe, infatti, a fare i conti con il cambiamento e con la voglia che tutti noi abbiamo di fare. A volte ci impigriamo ed anche gli stereotipi legati a questo mondo del lavoro istituzionalizzato nascono probabilmente da questo atteggiamento attendista e pigro. Dobbiamo dare uno scossone a questo sistema così vecchio e l’esperienza di mollare tutto per concedersi un anno sabbatico va in questa direzione: ci porta a sperimentare, ad agire a non stare con le mani in mano in attesa di spegnerci e di aspettare che le cose rimangano come sono .. per poi lamentarcene.

Più saremo a provare quest’esperienza e a renderci conto che dipende solamente da noi e meglio andranno le cose.

Buon viaggio!
Riccardo

L’anno sabbatico alla Borsa Italiana!

Sono stato invitato a parlare di ‘anno sabbatico’ al prossimo Job Finance Day organizzato da jobmeeting e che si terrà il 3 aprile alla Borsa di Milano. Saranno lì presenti studenti, laureati interessati e persone già con una  carriera avviata nel mondo della finanza. Mi sento come se stessi per inserire un piccolo ‘virus’ dritto nel cuore del sistema.

L’anno sabbatico, o il ‘gap-year’ per rifarci al termine anglosassone che ben spiega di cosa si tratti, ha iniziato qualche anno fa a muovere i primi passi nella cultura Italiana. Abbiamo iniziato con un sito, poi un libro e da lì sono seguite apparizioni in tv, trasmissioni radiofoniche, riviste e giornali. Quest’anno sembra che la situazione sia esplosa e sembra che, finalmente, quest’idea di prendersi una pausa si stia allineando con i percorsi di carriera e la vita normale di tutti noi.

Il fatto di parlare del tema nel tempio del mondo finanziario, che è un pò l’emblema del lavoro e della carriera tout court, ne è solamente l’ultimo esempio. Dai primi colloqui seguenti ai miei periodi sabbatici che avevo personalmente ‘subito’ e dove mi si guardava con aria stupita e diffidente, siamo ora ad un momento nel quale le persone iniziano seriamente a rifletterci. Causa forse la difficile situazione economica, inizia a farsi strada l’idea che momenti di pausa e di riflessione, nei quali riappropriarsi del proprio tempo, sono utili e necessari.

Vi aspetto per parlarne insieme e .. vediamo che succede!

Riccardo

Anche i supermanagers si prendono l’anno sabbatico?

Oggi sono pigro, vi trascrivo la risposta che ho dato ad un professionista di circa 35 anni che sta pensando all’anno sabbatico, ma che si pone giustamente i dubbi sul futuro: “e poi cosa succederà della mia carriera”? Nella pigrizia, approfitto dell’uscita di un articolo di Panorama sul tema.

“Capisco bene la sensazione. L’ho provata io e l’hanno provata tutte le persone che sono passate per le decisione di partire.
E’ difficile capire come questa esperienza possa influire (in bene o in male) con la futura carriera. Credo sia una scelta da fare a prescindere. Intendo che, una volta che ci si vuole concedereil proprio tempo e decidere in primapersona che direzione dare all alla propria vita diventa solouna questione di credere nlle proprie sensazioni edin se stessi. Normalmente un periodo sabbatico apre porte dove prima non le vedevamo neppure, ma non è una promessa. E’ un mettersi in gioco.
Proprio oggi è uscito su Panorama un articolo sull’anno sabbatico con qualche esempio di supermenager illustre (da non prendere da esempio, ma almeno se ne parla anche in ambienti ‘istituzionali’).

Buon viaggio!
Riccardo

Generazione di Eroi

Siamo noi, quella generazione che ora viene chiamata X. Quella dei nati negli anni settanta e che hanno vissuto in pieno gli anni 80. Siamo cresciuti con Goldrake, Daitarn3 e Mazinga, abbiamo sognato di diventare eroi ed aiutare i deboli. Siamo stati educati a sacrificarci, studiare e lavorare, perché così si fa ed è così che ci dicevano gli ‘eroi’ con i quali siamo cresciuti. Così ci siamo sacrificati, abbiamo studiato, lavorato abbandonando nel cassetto i nostri sogni e le nostre ambizioni. Abbiamo pensato che,  in fondo, era giusto così e saremmo, in qualche modo, stati ricambiati.

E poi accade quel che sta accadendo ..

e ci viene il dubbio che, non solo i nostri ‘sacrifici’ non verranno ricambiati, ma che ciò che abbiamo fatto non sia servito a nulla.

E allora che fare? Forse è il momento di prendere il buono di tutto ciò che abbiamo fatto ed ottenuto (nel lavoro e non), cominciare ad aprire quel cassetto e mettere la stessa determinazione che abbiamo sempre avuto, ma questa volta per inseguire i NOSTRI sogni.

Rischioso? Ci fa paura? .. ma è veramente più rischioso di quello che sta già accadendo?

Buon viaggio!

Emigrare o no?

Chi non lo ha mai pensato, magari nei momenti più difficili? .. ora basta, me ne vado!

Ed in un periodo come quello che stiamo vivendo, con meno sicurezze e la necessità di doversi un po’ “re-inventare”, è normale che questa voglia di fuga aumenti. Ed i numeri di chi lo fa davvero, con il desiderio che sia per sempre, è in crescita.

L’invito è quello di riflettere se quello di cui abbiamo bisogno è veramente una fuga oppure solamente una pausa nella quale recuperare la chiarezza di cosa si vuole, ricaricare le pile e ripartire con energia .. senza arrivare all’ultima spiaggia, l’adesso basta!

Vi segnalo un articolo che ne parla confrontando alcune idee e posizioni diverse: http://www.jobmeeting.it/magazine/giovani-e-lavoro/emigrare-humanum-est-0906680

Buon viaggio!

“Mollo tutto, torno tra un anno” (laRepubblica)

LaRepubblica di oggi (11/01/11) ha pubblicato un articolo sul tema dell’anno sabbatico (www.annosabbatico.it/images/larepubblica.pdf).

Il sottotitolo è provocatorio, “l’anno sabbatico conquista gli anziani”, ad indicare come, da un’abitudine prettamente giovanile (almeno nei paesi del Nord Europa), stia diventando sempre più una possibilità per tutte le fasce di età. Si da grande risalto al fatto che le aziende sono sempre meno scettiche e sempre più aperte a considerare quest’esperienza molto utile per i propri dipendenti e per i potenziali inserimenti, fino ad arrivare ad incoraggiarla.

Credo sia l’inizio del processo di ‘sdoganamento’ dell’anno sabbatico in Italia, che porterà presto anche il nostro paese a considerarlo come una ‘pratica’ realizzabile, responsabile ed importante anche per lo sviluppo della propria carriera.

La felicità in ufficio

Vi segnalo un articolo uscito sul l’Espresso del 6/11/10 che tratta il tema della felicità nel mondo del lavoro. A volte questa parola suona un pò ‘vuota’, ma benissimo che questi temi inizino a farsi largo nell’ambiente aziendale e nei discorsi dei responsabili del personale. Viene data voce all’importanza del saper prendersi cura del proprio tempo e del sapersi concedere i propri spazi per essere persone più felici e consapevoli anche nelle scelte professionali. http://espresso.repubblica.it/dettaglio/in-ufficio-la-felicita-paga/2137721//0

L’anno sabbatico in un film

Avete sentito parlare del nuovo film interpretato da Giulia Roberts, “Mangia, Prega, Ama”?

La protagonista, una donna moderna e con tutto quello che potrebbe definirla di successo, decide di mollare tutto e di partire per un giro del mondo. Durante il viaggio impara ad ascoltarsi, a conoscersi e capisce che direzione far prendere alla sua vita.

L’idea che sia possibile prendersi un po’ di tempo da dedicare a se stessi, mollando il ‘certo’ per l’incerto e per azzardare nuove direzioni è davvero molto sentito. Credevo lo fosse solo in Italia, dove il concetto è tutto nuovo e ha ancora bisogno di essere ‘sdoganato’ dalla nostra cultura, ma, a quanto pare, anche Hollywood è molto attenta a questo fenomeno.

L’anno sabbatico sembra a prima vista un compromesso: si lascia tutto per un po’, ma poi si deve rientrare e tutto ricomincia daccapo. E’, invece, tutt’altro: quando si parte, si lascia la via conosciuta, la routine di tutti i giorni e si fa un balzo. Qualcosa cambia. Ci si rende conto, nel profondo, che sta’ a noi guidare la nostra vita, nonostante le scuse che ci siamo raccontati fino al giorno prima. E questo è solo l’inizio: una volta cominciato a guardare il mondo attraverso queste lenti non si smette più. Per questo concedersi dello spazio per se quando se ne sente la necessità è importante, per iniziare da subito a seguire la nostra direzione e non trovarsi più in là negli anni a non averne più la forza oppure a dover dire ‘adesso basta!’.

Severgnini parla di anno sabbatico

Ho scritto una lettera a Beppe Severgnini. Chi più di lui rappresenta in Italia la spinta a guardare fuori dal nostro paese e a provare ad aprirsi al mondo. Uno dei modi che può aiutare a farlo è pensare di potersi prendere del tempo.

Vi riporto si seguito la sua risposta:

Ciao Riccardo. Ti scrivo da Camps Bay, Cape Town, con vista sull’Atlantico sul quale piove, piove, piove… Oggi, con caminetto acceso, mi prenderò un giorno sabbatico. Ammetto, non è la stessa cosa, ma mi aiuta a pensare all’argomento. Hai ragione: è una questione culturale. L’Italia accetta il fuoricorso sistematico – non è motivo d’imbarazzo, per gli interessati o per le famiglie che li mantengono – ma non l’anno sabbatico. Per esempio tra la fine della scuola superiore e l’inizio dell’università; o tra la fine dell’università e l’inizio del lavoro; o a metà carriera. I motivi? Non so, provo a buttarne lì un paio.
Le carriere italiane sono spesso poco strutturate, dipendono molto dai rapporti personali (che non vuol dire necessariamente spinte & raccomandazioni). Staccando per un anno, qualcuno teme di perdere queste relazioni, e dover ricominciare da capo. Un’altra possibilità è che la vita italiana sia sufficientemente piena di sorprese (buone, meno buone); e questo riduce l’appetito per un anno diverso e avventuroso. Forse è anche il mio caso. Ho fantasticato, in questi anni, sulla possibilità di staccare un anno – basta Corriere, basta libri, basta tivù, niente radio. Non per andarmene in giro per il mondo – cosa che faccio comunque, come sapete – ma per starmene buono in un’università americana a lavorare su un progetto. Ci ho pensato, ho avuto anche qualche bella proposta, ma non l’ho fatto (per adesso). Certo, ci sono anche motivi familiari, ma se davvero avessi voluto… Comunque, è vero: dell’argomento in Italia si parla poco, come si parla poco deldownshifting, tema trattato dal libro di Simone Perotti (autore di Adesso Basta – Lasciare il lavoro e cambiare vita). Stasera CIV Pizza Italians, la terza in Africa. Mi dicono che siamo in 65. Sono molto curioso.

http://www.corriere.it/italians/

Salone del libro di Torino

Ho avuto il piacere di presentare “Mollo tutto e parto!” al recente Salone Internazionale del Libro di Torino insieme a Simone Perotti, autore di “Adesso Basta” (ed. Chiarelettere) e Roberto D’Incau e Rosa Tessa, autori di “Quasi quasi mi licenzio” (ed. Salani).

Il tema che ci accomuna è il cambiamento e la domanda “perché?”.

Perché stare in una situazione che non ci piace, perché stare attaccati ad un lavoro che non ci gratifica, perché non prendersi una pausa per staccare la spina e riflettere con maggiore consapevolezza sul come indirizzare la nostra vita. Il pubblico era composto in grande parte da giovani delle scuole superiori. Il mio messaggio per chi ha oggi quest’età, e si chiede cosa fare, è: iniziate a chiedervi come vorreste indirizzare la vostra vita e a capire come farlo. Soprattutto alla fine delle scuole superiori, un pò come fanno i giovani del Nordo Europa, staccare per un anno, uscire dal nido protettivo della famiglia e capire com’è essere indipendenti può aiutare tantissimo a chiarirsi le idee su cosa si vorrebbe e non vorrebbe fare del proprio futuro. La scelta dell’università o meno, quale università, ecc sono altrimenti scelte guidate dall’abitudine e non dalle proprie aspettative e dai propri desideri.