Please do not feed the fears!

Questa immagine l’ho rubata! .. Ma è così bella che mi è sembrato giusto farlo.

L’ho presa dal sito www.semplicementemindfullness.com dove Carolina racconta il potere e la bellezza delle Mindfullness.

Che cos’è? Lascio la spiegazione direttamente a Carolina: “La mindfulness è un’esperienza trasformativa fondata sulla pratica della meditazione di consapevolezza che consente di vivere il presente come un’opportunità di scoperta e di crescita, lasciando andare le aspettative e i timori su come le cose potrebbero essere in favore di un’esplorazione curiosa e gentile di come le cose stanno veramente, a partire dall’osservazione delle sensazioni, delle emozioni e dei pensieri che di momento in momento attraversano la nostra esperienza.”

Trovo grandi affinità con il concedersi dei momenti sabbatici. Sia che ci si trovi in viaggio possiamo infatti crearci del tempo per noi, nel quale osservare senza giudizio ciò che accade, vivere nel presente e fermarci!

Il viaggiare da soli aiuta ad ‘attivare’ questo modo di essere, così come l’avvicinarci a questa pratica ci permette di sentirci come ci sentiremmo da soli in viaggio. E’ solo un modo di ricordarci chi siamo, al di là di cosa stiamo facendo, delle preoccupazioni che ci attraversano e delle paure che a volte ci bloccano.

Riprendendo la distanza da queste attività della nostra mente, che non siamo noi, ci concediamo libertà, potere e la possibilità di non alimentare le nostre paure.

Do not feed the fears! .. siamo abituati a seguire le indicazioni che ci vengono date, facciamolo anche adesso.

Buon viaggio!

 

18 anni e voglia di avventura

Una mail ‘manifesto’ di chi a 18 anni ha già le idee chiare ..  di sicuro più di quanto ne avessi io.

Ciao Riccardo, sono un ragazzo 18enne con una grande voglia di viaggiare e scoprire il mondo, nei prossimi giorni acquisterò il tuo libro ( non vedo l’ora ) e lo leggerò, ti scrivo semplicemente per chiederti se consigli un esperienza del genere nel post-maturità.
Sinceramente non ho proprio idea di cosa fare sia a livello universitario che lavorativo anzi idee ce ne ho ma ho molta poca fiducia di come vanno le cose in italia, leggendo su internet ho letto di ragazzi che sono partiti all’AVVENTURA e che sono tornati con un altro spirito o che sono rimasti all’estero; ma mi sorge una domanda, fare un esperienza del genere così giovani non è un po’ una pazzia? Mi spiego la mia preoccupazione sarebbero i soldi, senza aver mai messo da parte nulla come potrebbe fare un ragazzo a partire? Personalmente penso che con un aiuto dei miei genitori ce la potrei fare ma se loro rifiutassero perché non d’accordo con l’esperienza che gli andrò a proporre? Sono molto confuso.
Ti ringrazio in anticipo, ciao!

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Ciao,
hai fatto bene a scrivermi e, certo, non posso che approvare l’idea di un periodo sabbatico post maturità.
Quando ho vissuto a Londra ho conosciuto molti giovani Svedesi che, proporio dopo la maturità, si prendono un anno di tempo per vivere e lavorare all’estero. E’ un’esperienza per loro fondamentale e che se non appare nel curriculum è una mancanza.
Da qui la mia risposta anche al problema soldi. Un’esperienza di questo tipo è importante soprattutto se ‘auto-mantenuta’, cioè se riesci ad organizzarla senza l’aiuto dei tuoi genitori, altrimenti rischia di scivolare in una vacanza.
Un consiglio: quando ne parlerai ai tuoi genitori, cerca di farlo con il loro linguaggio, cioè cerca di far loro capire che non stai fuggendo, ma che stai investendo nel tuo futuro per avere le idee più chiare su cosa scegliere e migliorare la conoscenza della lingua, per esempio.
Buon viaggio!
Riccardo

Mollare tutto è un progetto

In questa lettera troviamo due temi molto comuni: “provare invidia per chi non ha nulla da perdere” e “come motivare una richiesta di aspettativa”

> Ciao Riccardo,

mi chiamo Andrea, ho 30 anni, ho letto il tuo libro e visitato il tuo sito. La mia storia è in parte simile alla tua: liceo scientifico, Economia e Commercio, una breve esperinza come consulente e ora da più di tre anni ho un contratto a tempo indeterminato in una grossa banca con buone possibiltà di crescita e un lavoro piuttosto interessante. Nonostante ciò non mi sento per nulla soddisfatto. Fin da ragazzino ho sempre desiderato viaggiare e immaginavo la mia vita futura come densa di esperienze. La realtà che si è verifcata è invece molto diversa. Da quando mi sono laureato ho pensato in più occasioni di partire e tentare la fortuna in altri paesi (Australia in primis) ma ho sempre ricevuto delle offerte di lavoro e non ho mai avuto il coraggio di rifiutarle e seguire quello che era il mio desiderio, ma ho sempre fatto la scelta più razionale. Ora mi ritrovo paradossalmente a provare un certo senso di invida per chi, non avendo un lavoro sicuro, non ha nulla da perdere e può partire, cambiare aria, vivere una nuova esperienza, in breve, tirare i dadi un’altra volta e vedere cosa viene fuori. Il tanto agognato contratto a tempo indeterminato è diventato una specie di trappola che mi impedisce di realizzare le esperienze che vorrei fare.
Per questi motivi sto pensando di chiedere un periodo sabbatico alla mia azienda. Vorrei viaggiare, magari schiarirmi le idee e decidere che indirizzo dare alla mia vita in maniera consapevole, e soprattutto vorrei soddifare il desiderio di esperienze che ancora non è sazio. Penso che se non lo faccio adesso non lo farò più..quindi mi sto facendo coraggio.
A tale proposito, vorrei chiederti se potresti darmi dei consigli su come motivare adeguatamente questa richiesta ai miei capi e agli HR. Partire con la sicurezza di poter avere di nuovo il mio lavoro al mio (eventuale) ritorno mi fa sentire più sereno e per questo ottenere il periodo sabbatico dall’ azienda per me è molto importante.
Al momento mi sento parecchio insofferente, penso che forse potrei sentirmi più realizzato facendo un lavoro diverso ma non ho nessuna idea precisa..può anche darsi che una volta soddisfatto il mio desiderio di esperienze viaggiando, io voglia tornare al mio posto e riprendere la mia via normalmente, quindi vorrei evitare di essere messo da parte dai miei capi.

Grazie e complimenti per il libro che mi sta dando la carica per mettere in piedi il mio progetto!

Ciao

Andrea

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> Ciao Andrea,
quanto ti capisco .. la ‘gabbia dorata’!!
Me l’ero costruita anch’io molto bene, e più di una volta, ed uno degli effetti indesiderati è quello ‘paradossale’ di non volerla avere. Anch’io a volte mi auguravo che qualcun’altro o qualche situazione esterna mi costringesse a prendere una decisione.
Mi sembra, però, che tu abbia le idee già  chiare e che non stia fuggendo, quindi hai tutto il mio appoggio.

Veniamo alla tua domanda. Ti consiglio di impostare la tua proposta di aspettativa, almeno nei confronti dei tuoi capi e dell’ufficio HR, come se fosse un progetto. Quindi: obiettivi, motivazioni, organizzazione e risultato aspettato, adottando il più possibile il linguaggio dell’azienda dove ti trovi. Come puoi immaginare, se ti concederanno l’aspettativa non sarà certo per spirito di bontà, ma per comune convenienza. Cerca allora di trovare quale possa essere il vantaggio per loro (es. momento di ‘stallo’ dei risultati aziendali, quindi possibile risparmio del tuo stipendio per qualche mese, il fatto di averti poi riconoscente e ‘loyal’ verso di loro, accrescimento delle tue capacità di adattabilità, flessibilità, miglioramento della lingua, ecc). Non dovrà essere la pura descrizione di quello che hai in mente, ma la migliore traduzione progettuale dei tuoi obiettivi così che non venga visto come voglia di fuggire, ma come un’importante opportunità per entrambi.

Riflettici un pò e vedrai che le idee ti verranno. E non esitare a scrivermi.
Buon viaggio!
Riccardo

Alla faccia del lavoro :-)

Una settimana fa sono stato invitato a parlare dell’ anno sabbatico al Festival del lavoro di Brescia.
Buon segno! In un ambiente così istituzionale (erano presenti in una sala non molto distante Alfano, Formigoni, Bonanni, ecc) significa  che ci si sta rendendo conto che le cose stanno cambiando. Il titolo dell’incontro era: “il lavoro in un mondo che cambia”. Abbiamo parlato di come gli ‘stereotipi’ più classici legati al lavoro debbano essere completamente rivisti: non esiste più il lavoro per la vita, forse non esisterà più la pensione, un lavoratroe a tempo indeterminato è precario quanto un lavoratore a tempo. Ma non è tutto solo un male. Tutta questo senso di insicurezza ci costringe, infatti, a fare i conti con il cambiamento e con la voglia che tutti noi abbiamo di fare. A volte ci impigriamo ed anche gli stereotipi legati a questo mondo del lavoro istituzionalizzato nascono probabilmente da questo atteggiamento attendista e pigro. Dobbiamo dare uno scossone a questo sistema così vecchio e l’esperienza di mollare tutto per concedersi un anno sabbatico va in questa direzione: ci porta a sperimentare, ad agire a non stare con le mani in mano in attesa di spegnerci e di aspettare che le cose rimangano come sono .. per poi lamentarcene.

Più saremo a provare quest’esperienza e a renderci conto che dipende solamente da noi e meglio andranno le cose.

Buon viaggio!
Riccardo

“te lo do io l’anno sabbatico!”

Le persone che incontro e che mi scrivono spesso vorrebbero avere consigli sul come affrontare gli ostacoli, i dubbi e le paure per riuscire a trovare il coraggio di prendersi un anno sabbatico.

Se esistesse un metodo, una sorta di protocollo per farlo, non sarebbe utile?

E allora ci provo, fatemi sapere cosa ne pensate:

1) Perché vorresti mollare tutto?

2) Per fare cosa?

3) Come pensi di farlo?

4) Quali ostacoli ti frenano dal farlo ora?

5) Riesci ad immaginarti già in viaggio? Cosa stai facendo?

6) Scrivi il tuo anno sabbatico. Come sarebbe?

Potete notare che più ci si pongono queste domande e più questa sorta di ‘sogno’ inizia a sembrare reale. Potreste arrivare ad un punto nel quale vi accorgereste che manca solamente di fare il primo passo. E che potreste farlo subito oppure aspettare, l’importante sarebbe la realizzazione che SI PUO’ FARE.

Una sorta di metodo esiste. Una persona che ho appena incontrato, e che è da poco rientrata da più di un anno trascorso alle Hawaii, mi ha detto che per fare questo ‘fatidico’ passo si era circondata di persone positive e aveva letto il più possibile libri che gli mostrassero la decisione che stava per prendere era fattibile.

Potrebbe in effetti essere questo il primo passo:  “circondatevi di persone per le quali prendersi un anno sabbatico è una cosa normale e utile .. ed i passi successivi verranno da soli.

Buon viaggio!

Sta davvero succedendo qualcosa

Qualcosa sta veramente cambiando. Recentemente molte persone (ex colleghi, amici, amici di amici) mi hanno telefonato o scritto per dirmi che si stanno prendendo un periodo sabbatico. Qualche anno fa abbiamo iniziato a parlarne, durante questo tempo sempre più persone mi hanno contattato per raccontarmi i loro desideri oppure la loro esperienza ed ora il fenomeno sta esplodendo! Tutte queste persone, di età varia tra i 25 ed i 50 anni, lo hanno sognato, hanno affrontato le normali difficoltà, si sono organizzati e sono partiti. Non sapete che piacere ricevere le loro telefonate, perché sento di aver, pur se minimanente, contribuito all’energia e voglia di fare che trasmettono.

Ma perché sta esplodendo? Perché è sempre stata solamente una questione di tempo. Perché si sta ‘chiarendo’ l’idea di cosa significhi prendersi del tempo per se per non costringersi a vivere in una gabbia dove ci mettiamo da soli. Soprattutto in un momento dove ciò che prima sembrava certo ora non lo è più, ci mettiamo di fronte ad uno specchio e ci chiediamo come dare la direzione che vogliamo noi alla nostra vita. E la risposta esce piano piano, ma quando arriva è molto chiara e non lascia spazio a dubbi.

L’anno sabbatico alla Borsa Italiana!

Sono stato invitato a parlare di ‘anno sabbatico’ al prossimo Job Finance Day organizzato da jobmeeting e che si terrà il 3 aprile alla Borsa di Milano. Saranno lì presenti studenti, laureati interessati e persone già con una  carriera avviata nel mondo della finanza. Mi sento come se stessi per inserire un piccolo ‘virus’ dritto nel cuore del sistema.

L’anno sabbatico, o il ‘gap-year’ per rifarci al termine anglosassone che ben spiega di cosa si tratti, ha iniziato qualche anno fa a muovere i primi passi nella cultura Italiana. Abbiamo iniziato con un sito, poi un libro e da lì sono seguite apparizioni in tv, trasmissioni radiofoniche, riviste e giornali. Quest’anno sembra che la situazione sia esplosa e sembra che, finalmente, quest’idea di prendersi una pausa si stia allineando con i percorsi di carriera e la vita normale di tutti noi.

Il fatto di parlare del tema nel tempio del mondo finanziario, che è un pò l’emblema del lavoro e della carriera tout court, ne è solamente l’ultimo esempio. Dai primi colloqui seguenti ai miei periodi sabbatici che avevo personalmente ‘subito’ e dove mi si guardava con aria stupita e diffidente, siamo ora ad un momento nel quale le persone iniziano seriamente a rifletterci. Causa forse la difficile situazione economica, inizia a farsi strada l’idea che momenti di pausa e di riflessione, nei quali riappropriarsi del proprio tempo, sono utili e necessari.

Vi aspetto per parlarne insieme e .. vediamo che succede!

Riccardo

La calma ‘sabbatica’

Spesso la calma viene confusa con la debolezza. Non mi spiego perché, ma ci trovo un nesso con l’esperienza sabbatica.

Quando stacchiamo per un pò dalla routine di tutti igiorni, dopoun pò iniziamo a sentire ciò che ci accade in modo diveso. E’ come se vedessimo le stesse cose, ma le sentissimo altro da noi. Le cose accadono, ma ci assorbono di meno e non ci portano ‘via da noi’. Questo stato ‘sabbatico’  è più semplice da raggiungere quando siamo in viaggio, meglio se da soli, e dopo un pò di tempo. Ma non è legato al viaggio o al tempo in sè.

E’ uno stato mentale che ci fa sentire al centro di noi stessi e in ‘non controllo di ciò che ci accade e, quindi, meno stressati. E’ riproducibile ed è qui alla portata di chiunque in ogni momento. Essere calmi non significa per me mantenersi calmi e forzarsi di esserelo. Avrebbe l’effetto opposto.

Come arrivarci allora? Se tutto quello che abbiamo detto suona un pò ‘zen’ e teorico, i passi per andare in quella direzione sono invece molto reali. Cominciamo ad essere veri, genuini e a dire quel che pensiamo. Respiriamo con calma e osserviamo come da lontano le cose che ci accadono. E qualcosa inizierà, pian piano, a succedere.

Niente di ecclatante, ma di molto forte e con molta calma.

Anche i supermanagers si prendono l’anno sabbatico?

Oggi sono pigro, vi trascrivo la risposta che ho dato ad un professionista di circa 35 anni che sta pensando all’anno sabbatico, ma che si pone giustamente i dubbi sul futuro: “e poi cosa succederà della mia carriera”? Nella pigrizia, approfitto dell’uscita di un articolo di Panorama sul tema.

“Capisco bene la sensazione. L’ho provata io e l’hanno provata tutte le persone che sono passate per le decisione di partire.
E’ difficile capire come questa esperienza possa influire (in bene o in male) con la futura carriera. Credo sia una scelta da fare a prescindere. Intendo che, una volta che ci si vuole concedereil proprio tempo e decidere in primapersona che direzione dare all alla propria vita diventa solouna questione di credere nlle proprie sensazioni edin se stessi. Normalmente un periodo sabbatico apre porte dove prima non le vedevamo neppure, ma non è una promessa. E’ un mettersi in gioco.
Proprio oggi è uscito su Panorama un articolo sull’anno sabbatico con qualche esempio di supermenager illustre (da non prendere da esempio, ma almeno se ne parla anche in ambienti ‘istituzionali’).

Buon viaggio!
Riccardo

Tutte scuse!?

Quando parliamo della possibilità di concederci un anno sabbatico ci raccontiamo tante scuse .. e io non me ne tiro mica fuori! Me ne sono raccontate tante quando stavo per decidere di partire: “e poi con i soldi come faccio?”, “e se poi non trovo un lavoro?”. Insomma, le conosciamo, sono più o meno sempre le stesse. Ed è normale che ci vengano in mente di fronte ad una decisione importante che comporta dei cambiamenti nella nostra vita. Credo sia una reazione naturale, ed umana, quella di avere un pò di resistenza al cambiamento.

Il problema nasce quando, anziché trovare possibili ostacoli verso la realizzazione di un progetto, ci raccontiamo, appunto, delle scuse. Qual’è la differenza? Un ostacolo è qualcosa che si frappone tra lo stato delle cose, come sono ora, e come le si vorrebbero. Ed  qualcosa che c’è, ma guardandol il problema ‘negli occhi’ lo si può affrontare, analizzare e, spesso, superare. Una scusa, invece, ‘butta fuori di noi’ il problema. Ci diciamo in questo modo che la decisione non dipende da noi, ma da qualcosa di  esterno alle nostre possibilità e, quindi, non controllabile. In questo modo non proviamo neppure a cercare di capire se un ostacolo è superabile o no.

Se, dopo aver affrontato un problema, arrivassimo anche a dirci: “ok, ho deciso che questo per me è troppo e ho deciso di non partire”, questo sarebbe comunque un risultato. Almeno avremmo preso una decisione e avremmo dato una direzione consapevole alla nostra vita.

Diverso è quando ci diciamo, continuamente (perchè poi le scuse ritornano), “non dipende da me, lui ce l’ha fatta perché è ricco” , “io non posso perché non ho la sua fortuna”..

Il fatto di ‘buttare fuori il problema’ ci lega ad uno stato di frustrazione che ritorna perché non abbiamo affrontato il problema, non abbiamo deciso e quindi non abbiamo dato noi una direzione alle cose.

Proviamo a fare il primo passo ed a osservare in modo molto pratico i problemi che ci vengono in mente, e saremo già a metà del nostro viaggio.